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“La completezza del Nulla” di Antonio Rossetti apre le porte di marzo

03-03-2026 09:02

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“La completezza del Nulla” di Antonio Rossetti apre le porte di marzo

Realismo con venature di gotico: scenari desolati, malinconia, crisi di una famiglia e l’instaurarsi di un totalitarismo; una stanza d’ospedale e un f

Realismo con venature di gotico: scenari desolati, malinconia, crisi di una famiglia e l’instaurarsi di un totalitarismo; una stanza d’ospedale e un figlio che vorrebbe comunicare con il padre morente ma questi non sembra in grado di udirlo, allora pensando ad alta voce gli racconta la storia della loro famiglia. Il padre, che in realtà qualcosa percepisce, risponde con una sorta di dialogo interiore

 

La narrazione descrive le traiettorie di due famiglie - dal periodo tra le due guerre fino a un “presente” non definito – che s’incrociano grazie all’amore di due giovani dell’ultima generazione, lui: il padre morente, figlio di un ex internato in un campo di lavoro in Germania. Lei: nata in una famiglia il cui capostipite, per via di un incidente colpevolmente prodotto dal datore di lavoro, ha perso la vista e in virtù dell’indennizzo percepito riesce ad attraversare la crisi economica degli anni trenta; questo benessere, “comprato” con gli occhi del capostipite, produce verso la famiglia un livore che, come reazione, farà tramontare gli ardori socialisti del “non vedente” e li farà degenerare in sospetto, nei confronti del prossimo, che coinvolge anche le nuove generazioni; la conseguente foschia paranoica, di cui è preda la giovane, è lenita dall’intervento di un psicoterapeuta nel cui studio la giovane incontra lui, che sta redigendo una tesi su Lacan: da loro nascerà il giovane che narra la storia.

Dopo i primi tempi, la coppia subisce un avvelenamento nei rapporti che coinvolge anche il figlio: quest’ultimo e sua madre attribuiscono la crisi alla contumacia mentale del padre, lui all’habitat al vetriolo dove è cresciuta la donna.

Il disagio porta il figlio in un centro psichiatrico dove si smette di essere “dei diversi” e ci si trasforma in malati. Nella clinica, il figlio proverà l’amore contrastato per un’altra degente e la velenosa amicizia con il suo compagno di stanza, che avrà un ruolo importante nella sua vita. La madre, invece, cerca un equilibrio frequentando un gruppo di adepti di un monaco, farcito di antimodernismo ed ex ufficiale della Repubblica Sociale.

Infine il padre, lo leggiamo nel primo capitolo, in medias res, sconfortato, abbandona la famiglia, torna solo perché aggredito da una malattia di difficile diagnosi - male di vivere? In fondo ogni malattia è una malattia dell’anima – che lo conduce alla soglia ultima, pieno di un rancore non sopito nei confronti di Dio.

C’è anche un’altra crisi, quella ecologica, che si traduce in una città dove Natura e Uomo si contendono gli spazi, dove convivono il sistema “nervoso-silicico” della fibra con le squadriglie d’incursione dei gabbiani urbanizzati e la carenza di acqua: uno scenario con i colori del vespero.

La morte del protagonista è la metafora di quella dell’Uomo della democrazia: non potendo sperare nella perfezione del Tutto, l’umana imperfezione non può che sublimarsi in quella del Nulla.

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